domenica 23 febbraio 2014

Maliarda al fast food

“Mario, il prossimo mese non contare su di me. Lascio il fast food” mi dice Elena, una qualunque in questo mare di cameriere che vanno e vengono con i loro umori e i loro segreti.
Oggi le sue forme prorompono sotto dal lungo grembiule unisex; porta una polo blu sbottonata e un ciondolo a cuore di corallo si tuffa nel seno. Se Elena sbatacchia il sacco delle patatine, quelle tette vibrano invitanti come un dessert al cucchiaio e io lo noto adesso per la prima volta.
Elena se ne andrà dalle esalazioni di frittura, dal caldo della cucina, dalla ressa di impiegati in pausa pranzo. Mi mancherà. Al mattino mi fa trovare un caffé americano e intuisce sempre quando mi fermo a pranzo: senza che io lo chieda mi porta un hamburger. Gli altri ce l’hanno con lei perché è sbadata, brucia il pane e semina crocchette sul pavimento; è lenta, dicono che fare il turno con lei è un tormento e io mi ritrovo sempre ad appianare liti.
Ora vedo attraverso la porta aperta del bagno Elena allo specchio. La curva delle sue labbra pronuncia un umido invito imprigionato nel rossetto color mattone. Una donna che si trucca davanti al suo capo esibisce una provocazione rotonda.
“Elena, che fai? Al bancone c’è la fila. Ricordati che lavori ancora qui!”
“Ancora per pochi giorni… Presto perderai potere su di me e questo ti rode” risponde ridendo, e lentamente porta il suo culo sfacciato al bancone.
La raggiungo mentre riempie un bicchiere di birra alla spina, le indico una coppia di fighetti che mangia a un tavolo e le sussurro nell’orecchio le porcherie che, secondo me, faranno quei due stasera. Elena sorride maliziosa, mi incita a continuare. Allora immagino noi due a letto e scendo in dettagli sempre più scottanti. Sono tutto un fuoco ormai. Le sue guance si arrossano, gli occhi sembrano due crateri, sussulta sentendo cosa le farei.
I due se ne vanno; Elena ha finito il turno.
“Continueremo la conversazione stasera, a casa mia” le dico mentre si allontana. Lei sorride senza voltarsi e senza rispondere. Non dice che verrà.
Ho preparato una cena fredda. Lei verrà; non verrà, chi lo sa. Metto un disco e aspetto.
Sono già le nove. Suonano alla porta.
La faccio entrare; ha un soprabito lungo e leggero, in vinile rosso. Se lo toglie e sotto è nuda, prospera di glitter che mi ricordano la salsa tartara, e che subito comincio a leccare.

Francesca Galleano

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