“Mario,
il prossimo mese non contare su di me. Lascio il fast food” mi dice
Elena, una qualunque in questo mare di cameriere che vanno e vengono
con i loro umori e i loro segreti.
Oggi
le sue forme prorompono sotto dal lungo grembiule unisex; porta una
polo blu sbottonata e un ciondolo a cuore di corallo si tuffa nel
seno. Se Elena sbatacchia il sacco delle patatine, quelle tette
vibrano invitanti come un dessert al cucchiaio e io lo noto adesso
per la prima volta.
Elena
se ne andrà dalle esalazioni di frittura, dal caldo della cucina,
dalla ressa di impiegati in pausa pranzo. Mi mancherà. Al mattino mi
fa trovare un caffé americano e intuisce sempre quando mi fermo a
pranzo: senza che io lo chieda mi porta un hamburger. Gli altri ce
l’hanno con lei perché è sbadata, brucia il pane e semina
crocchette sul pavimento; è lenta, dicono che fare il turno con lei
è un tormento e io mi ritrovo sempre ad appianare liti.
Ora
vedo attraverso la porta aperta del bagno Elena allo specchio. La
curva delle sue labbra pronuncia un umido invito imprigionato nel
rossetto color mattone. Una donna che si trucca davanti al suo capo
esibisce una provocazione rotonda.
“Elena,
che fai? Al bancone c’è la fila. Ricordati che lavori ancora qui!”
“Ancora
per pochi giorni… Presto perderai potere su di me e questo ti rode”
risponde ridendo, e lentamente porta il suo culo sfacciato al
bancone.
La
raggiungo mentre riempie un bicchiere di birra alla spina, le indico
una coppia di fighetti che mangia a un tavolo e le sussurro
nell’orecchio le porcherie che, secondo me, faranno quei due
stasera. Elena sorride maliziosa, mi incita a continuare. Allora
immagino noi due a letto e scendo in dettagli sempre più scottanti.
Sono tutto un fuoco ormai. Le sue guance si arrossano, gli occhi
sembrano due crateri, sussulta sentendo cosa le farei.
I
due se ne vanno; Elena ha finito il turno.
“Continueremo
la conversazione stasera, a casa mia” le dico mentre si allontana.
Lei sorride senza voltarsi e senza rispondere. Non dice che verrà.
Ho
preparato una cena fredda. Lei verrà; non verrà, chi lo sa. Metto
un disco e aspetto.
Sono
già le nove. Suonano alla porta.
La
faccio entrare; ha un soprabito lungo e leggero, in vinile rosso. Se
lo toglie e sotto è nuda, prospera di glitter che mi ricordano la
salsa tartara, e che subito comincio a leccare.
Francesca
Galleano
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