venerdì 28 febbraio 2014
Il volo
Lampi di cobalto cangiante
come il mare la sera,
diagonali di vento
espandono prospettive
sotto le ciglia
trema il desiderio
di spiccare il volo.
Percossa ondeggia la promessa
oltre la curva dell'orizzonte
Confortata dal buio.
Bagliori rosa
distendono ponti
riflessi su grattacieli
ondulati germogli
profumano al sole
inaspettato.
Francesca Galleano 28/02/2014
La cicala tra gli ulivi
“Vecchio,
hai portato i soldi?” domandò lei con un ghigno di disprezzo.
Il
vecchio strinse la mano sulla pistola e cercò inutilmente il
coraggio di fare fuoco, poi posò il borsello su di un masso che
bucava il prato e rispose “Ci sono tutti, contali.”
Il
vecchio si voltò verso il mare, una calda brezza di scirocco
invadeva le narici “non mi lascerai mai in pace, vero?”
“Che
ne so. Finiti questi soldi si vedrà.”
“Finiti
quei soldi? Non ne ho altri da darti. Mi è rimasta la pensione, che
basta appena per me e mia moglie, non posso permettermi di farmi
ricattare!”
La
ragazza contò rapidamente le banconote, poi le infilò nella
pettorina della salopette e scaraventò il borsello vuoto sul prato.
“Hai la casa e l’orto, semmai mi prendo quelli, oppure preferisci
che sia lo stato a prendersi cura di tua moglie?” Disse sputando la
gomma da masticare sul prato prima di girare i tacchi e sparire tra
l’erba alta.
Il
vecchio sorrise e ridiscese il sentiero tra le fasce. La disgrazia di
quarant’anni fa era già costata la salute mentale alla moglie,
purtroppo non si paga mai abbastanza per i propri errori e ora quella
bionda senza scrupoli lo teneva in pugno.
“L’estate
si fa torrida, Carlo, devi curare di più l’orto, altrimenti
perdiamo gli zucchini.” Disse la moglie, ma il vecchio mangiava
senza ascoltarla, pensava al ricatto che pendeva sulla sua testa come
una carta moschicida. Un colpo di vento accostò di schianto la
persiana della cucina. La vecchia si alzò, scostò le tendine di
pizzo che lei stessa aveva ricamato quando i suoi occhi erano ancora
buoni. “Quella ragazza è sempre qui. Cos’ha da guardare? Il suo
viso non mi è nuovo…”.
Carlo
la raggiunse. Aprì la finestra fissò la persiana all’apposito
gancio sul muro, con la coda dell’occhio vide la biondina, teneva
le mani nelle tasche dei jeans e masticava una gomma.
“Elvira,
vieni via dalla finestra. Siediti, finiamo di mangiare.” Rispose il
vecchio sconvolto dalla persecuzione della ricattatrice.
Il
vento tra le palme del lungomare faceva ondeggiare le ombre della
sera sotto lo sguardo benevolo della luna. Passeggiare dopo cena era
un’abitudine contratta quando il figlio era piccolo e il sabato si
concedevano tutti insieme un cono gelato. Quella sera il vecchio era
taciturno. “Pensi al ragazzo lontano?” Domandò lei. “Non è
venuto nemmeno quest’estate a trovarci, fino a Natale non lo
vedremo” continuò ma sapeva che qualcosa di profondo tormentava il
marito. Solo una volta, tanti anni fa, prima di sposarsi era così
silenzioso. Pensava al segreto, a quella disgrazia più grande di
loro che lo costringeva ad aggrapparsi a sua moglie affinché la vita
non la portasse via, là dove i nodi vengono al pettine.
La
mattina dopo il vecchio si alzò di buon ora, andò in cucina a
scaldare il latte per sé e per Elvira, indossò la tuta da lavoro e
uscì rapidamente. Dietro la casa c’era il sentiero tra le fasce di
ulivi, quel sentiero che portava al suo orto. Un fazzoletto di terra
che era appartenuto a suo padre, che con quell’olio e con le serre
di orchidee aveva potuto mantenerlo agli studi di medicina. Genova
era dispendiosa a quell’epoca e lui si impegnava al massimo negli
studi. Doveva laurearsi in fretta e dare un po’ di respiro ai
genitori che spendevano per lui tutto quello che guadagnavano. Le
verdure al mercato si vendevano bene ma una grandine o un parassita
improvviso rappresentavano lo spauracchio della rovina. Niente
raccolto, niente soldi per la retta dell’università e addio
laurea. Per fortuna questo non successe, la natura fu clemente con
lui e pochi anni dopo girava in camice per i corridoi dell’ospedale
locale.
Ora
che Carlo era in pensione quella terra generosa era diventata un
passatempo per lui, gli permetteva di gustare verdure fresche senza
ingerire concimi chimici o pesticidi e i suoi pomodori erano grossi e
polposi come bistecche al sangue.
Elvira
entrò trafelata nello studio della dottoressa Feaci, che l’attendeva
già da venti minuti.
“Mio
marito ha intuito la verità quel lontano giorno all’ospedale
mentre mi medicava, non me l’ha detto ma ha capito. Ora che mio
figlio è lontano ho molto tempo libero e il passato è tornato ad
assalirmi all’improvviso”.
“Ha
preso gli antipsicotici che le ho prescritto? Sta seguendo la terapia
come da programma?”
“Lei
non mi crede, dottoressa!”
“Si
calmi Elvira. Le sue ansie e il senso di colpa in età avanzata danno
vita a ricordi distorti a volte. Lasci andare il passato. Chi prende
su di sé colpe non sue per punirsi per la propria sfortuna ha
trovato la ricetta dell’infelicità. Non faccia questo a se stessa,
pensi al suo attuale marito e a suo figlio e abbia fede nella
terapia.”
La
polizia aveva indagato sull’assassinio del primo marito, un
regolamento di conti tra malavitosi, archiviato di fretta un giorno
d’autunno di quarant’anni prima. Unica testimone la moglie
Elvira, la più bella del paese con il volto tumefatto e il labbro
spaccato non ricordava nulla, era sotto shock.
La
terapia ha sciolto il trauma, Elvira ha raccontato alla sua
psichiatra una sua versione del delitto, le parole le uscivano come
un fiume in piena che ha atteso di sgorgare per quarant’anni.
Accadde
una notte, all’ennesima sfuriata del marito, mentre lui la
massacrava di botte lei prese un coltello da carne e con un colpo
secco alla gola lo uccise. Un taglio trasversale che sognava di
infliggergli da tempo, tutte le volte che lui la picchiava, senza mai
trovarne il coraggio, fino ad allora. Così ferita, con il volto
sfigurato e i capelli scarmigliati pulì il manico del coltello dalle
impronte digitali, con pochi gesti gelidi e misurati, poi aprì la
porta e urlò. I vicini accorsero immediatamente e le credettero
quando raccontò che un uomo alto, vestito di nero si fece aprire con
un pretesto per picchiarla. Quando il marito accorse dalla camera
l’intruso prese un coltello dal lavandino, lo sgozzò e fuggì via.
Anche la polizia le ha creduto, erano veri i sui lividi e le sue
ferite. Il medico però ha notato che non erano tutti nuovi i segni
che portava e ha capito ma non ha detto nulla si è preso cura di lei
e l’ha sposata. Carlo ed Elvira non hanno mai parlato del passato
di lei, ormai sono trascorsi anni e i vecchi tabù non si infrangono
sulla via del declino.
Dopo
due anni di matrimonio è nato Marco che ha riempito di gioia il
cuore di entrambi, ma gli anni sono passati in fretta e Marco ora è
primario in un ospedale americano. “Mio figlio è salito sulle mie
spalle e ha saputo guardare più lontano di me, come del resto io ho
fatto con i miei genitori” ripeteva sempre il vecchio.
Un
giorno la bionda con i capelli corti e la salopette raggiunse il
vecchio mentre era chino a strappare le erbacce dal suo orto. Quella
ragazza dall’aspetto losco era Valeria, la segretaria della
dottoressa. Il vecchio intuì che qualcosa non andava mentre si
detergeva il sudore della fronte con il dorso della mano. Valeria
azionò un registratore e la voce di Elvira che raccontava con
dovizia di particolari la sera della morte del primo marito invase il
silenzio delle fasce. “La dottoressa ha l’abitudine di registrare
le sedute per l’archivio; forse alla polizia interesserà riaprire
il caso oppure possiamo metterci d’accordo”.
Si
accordarono per tutto il capitale che il povero vecchio aveva in
banca. Poi Valeria ridiscese il poggio e il frinire delle cicale si
acuì impedendo al vecchio di pensare.
Carlo
scendeva dal poggio rovente, lasciò cadere la registrazione nel
fosso e corse al mare, nuotare era un modo per lavare via la brutta
storia ormai conclusa. Il sole aveva percorso il suo arco e
cominciavano a spuntare le ombre, il pomeriggio era ormai inoltrato e
il vecchio si avviava mestamente a raccogliere un paio di pomodori
per la cena. La moglie lo aspettava alle diciannove e se avesse
tardato si sarebbe insospettita, i vecchi sono abitudinari e lui non
faceva eccezione.
Rientrò
a casa, corse in camera a riporre nell’armadio il borsello vuoto.
Era l’ora di cena, trovò Elvira accucciata sotto il tavolo da
caffè del salotto “sto cercando l’anello di fidanzamento, mi è
caduto e non riesco a trovarlo.”
“Guarda
che ce l’hai al dito.”
“Oh,
che sciocca” esclamò la donna facendo scoccare le quattro dita
sulla fronte.
“C’è
odore di bruciato” osservò Carlo.
“Non
viene da casa nostra. Ho preparato la pizza ma non ho ancora acceso
il forno”.
Il
vecchio corse in cucina, spense il forno e aprì lo sportello, una
nube acre di fumo si librò dalla pizza carbonizzata, con la mano
alla bocca e gli occhi inondati di lacrime Carlo corse ad aprire la
finestra e vide Valeria che lo guardava dall’altro lato del
marciapiede, con fare soddisfatto masticava la sua gomma.
“Forse
ho avuto troppa fretta di pagare per quella registrazione, nessun
giudice crederebbe mai ad Elvira” Pensava il vecchio mentre un
grillo in giardino avviava la sua serenata e il tramonto dorava il
poggio d’ulivi alle spalle della casa.
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